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Trasferta e sede di lavoro.

Il lavoratore è tenuto a svolgere il proprio lavoro alle dipendenze e sotto la direzione dell’imprenditore, a fronte di una controprestazione, che nel caso specifico è la retribuzione.Nell’ambito della prestazione lavorativa, e sempre con riferimento alle proprie mansioni, rientrano le missioni e i viaggi di affari effettuati nell’interesse del datore di lavoro.

A volte è un elemento trascurato in fase di assunzione, l’individuazione della sede di lavoro è essenziale al corretto trattamento delle indennità di trasferta, sia sul piano contrattuale ma anche sotto l’aspetto fiscale e previdenziale. Per non incorrere in sanzioni amministrative è infatti necessario qualificare correttamente gli spostamenti del lavoratore.

Pertanto è in trasferta colui che viene temporaneamente dislocato in luogo diverso dalla propria sede di lavoro, come precisato dalla circolare ministeriale n.326 del 97, l’individuazione della sede di lavoro è rimessa alla libera decisione delle parti contrattuali, decisione sulla quale nè il legislatore nè, tanto meno, l’amministrazione finanziaria, hanno possibilità di intervenire, così come non è consentito sindacare le modalità di erogazione o gli importi all’uopo stabiliti.circolare (VEDI SOTTO).

Anche se non è elemento essenziale ai fini del perfezionamento del contratto, è comunque consigliabile poter conoscere sin dall’inizio quale sia la sede di lavoro assegnata al lavoratore.

Trattamento economico del tempo necessario per raggiungere il luogo di lavoro

Il tempo che il lavoratore impiega per raggiungere il luogo di lavoro diverso dalla sede di lavoro contrattuale, se il datore di lavoro sceglie di farlo va bene e non vi è nessuna ulteriore indagine da effettuare, se invece volesse escluderlo dai conteggi, dovrebbe prima verificare cosa dispone in merito il CCNL di categoria.

Nel silenzio del CCNL la giurisprudenza è unanime nel ritenere che il tempo di viaggio non vada retribuito, in quanto già ricompreso nell’indennità di trasferta.

I requisiti minimi per configurare lo spostamento come trasferta

La trasferta è configurabile nei casi in cui vi sia uno spostamento temporaneo del dipendente dalla propria sede di lavoro per ragioni di servizio. Innanzitutto è necessario che lo spostamento sia temporaneo, abbia luogo con riferimento alla sede di lavoro del dipendente, avvenga in costanza di servizio e per ragioni di lavoro.

Per quanto riguarda la prima condizione , ovvero quella della temporaneità, è necessario tracciare una linea di demarcazione tra quello che è uno spostamento temporaneo da quello che è un cambio della sede di lavoro, riguarda alla sede di lavoro questa è rimessa alla libera decisione delle parti contrattuali ed è insindacabile per il legislatore e anche per l’amministrazione finanziaria., infine sui motivi che possono indurre il datore di lavoro alle trasferte del personale non si rilevano particolari restrizioni, anche se è necessario fornire le ragioni dello spostamento.

Pertanto si ritiene che in ogni caso debba essere soddisfatto il criterio dell’inerenza (art.106 comma 5 TUIR) secondo cui le spese sostenute sono deducibili nella misura in cui siano riferibili ad attività o beni da cui derivino, anche potenzialmente, componenti positivi di reddito.

Circostanze in cui non è applicabile la disciplina della trasferta

Innanzitutto il requisito necessario per qualificare la trasferta è lo spostamento del lavoratore dalla propria sede di lavoro, inoltre il legislatore ha disciplinato in modo differente le trasferte nel comune da quelle fuori dal comune riconoscendo solo a queste ultime la non imponibilità in capo al dipendente dei rimborsi spese sostenute.

I casi in cui bisogna porre particolare attenzione, nell’applicazione della disciplina inerente alle trasferte, riguardano:

1) Le spese relative al percorso casa-lavoro,

2) Le spese relative agli spostamenti dalla residenza anagrafica al luogo di lavoro,

3) la situazione in cui il centro operativo dell’azienda coincida con l’abitazione di un lavoratore dell’azienda stessa.

Per quanto riguarda le spese relative al percorso casa-lavoro non vi è dubbio che queste siano totalmente a carico del lavoratore, nulla vieta al datore di voler concedere il rimborso di tali oneri, tuttavia secondo il principio della omnicomprensività del reddito di lavoro dipendente, questa componente monetaria dovrebbe essere considerata come componente retributiva, e in quanto tale soggetta a rtenute fiscali e contributive nonchè ricompresa nel calcolo del TFR.

Altra situazione che spesso genera confusione è quella che si basa sull’errato convincimento che si possa prendere come riferimento la residenza anagrafica del lavoratore.

Si pensi al personale commerciale  con residenza a Milano e operativo su tutta la LOmbardia, che avesse sede di lavoro nell’unica sede della società che è Roma.

Come desumibile dalla definizione di trasferta su esposta, non è difficile giungere alla conclusione che le spese di trasferta rimborsabili sarebbero quelle da e verso roma e non quelle da e verso Milano a meno che la città di partenza o arrivo sia roma.

In ultimo, è il caso dell’azienda che avesse deciso di prendere a prestito l’abitazione del lavoratore e renderla centro operativo dell’azienda stessa.

Ove infatti non fossero svolti gli adempimenti atti al riconoscimento formale della sede secondaria( comunicazione all’agenzia delle entrate, camera di commercio, enti previdenziali etc) le spese sostenute dal dipendente in relazione ai beni strumentali utilizzati per lo svolgimento della prestazione lavorativa(spese telefoniche, spese di carta etc) non potrebbere essere considerate come rimborsi, ma come reddito che entrano nella retribuzione del lavoratore.

 

Circolare n. 326/E del 23 dicembre 1997

 

Il Presidente Nazionale
Cav. (O.E.S.S.G) Pierpaolo PORTACCI
Firma autografa sostituita dall'indicazione a stampa dei nominativi dei soggetti responsabili (comma 2, art. 3 del D.Lgs 12/2/1993, n° 39)

 

 

 

 

 
     
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